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Il territorio del gioco

 

 

La fisionomia di un luogo, secondo le sue vere sembianze, le sue caratteristiche naturali e antropiche, è quello che definiamo comunemente paesaggio, un ritratto che muta nella percezione non per il cambio delle stagioni ma secondo chi lo osserva, vive ed esplora. Il paysage appartiene a chi guarda, non è un dato di fatto, ma è l’opera artistica ubiqua della natura che si rivela soggettivamente a ogni persona. Il paesaggio determina lo spazio fisico ambientale e corporale, coinvolgendo tutti i sensi dell’uomo.

L’approccio allo studio del paesaggio, necessariamente olistico, considera tutti gli elementi: fisico-chimici, biologici e socio-culturali, e dimostra come quello che abitualmente è considerato solo una bella o brutta immagine è, in realtà, la personale visione di ogni uno di noi del mondo intero. Pochi però, quelli che chiamiamo creativi, sono in grado di esternare questa visione e condividerla con il mondo, poiché il creare è necessario per oggettivizzare il creato emotivo.

L’opera creativa Antonella Falcioni, pittrice ceramista, è esemplificativa in questo senso. Nel numeroso e poliedrico operato di Falcioni, la natura, che si rivela tramite il paesaggio, occupa un posto prioritario ed è sviluppato sia sulla superficie ceramica sia su quella della tela. Formatasi come ceramista in Sassonia, l’artista non si limita allo stile accademico e fortemente decorativo di Meissen o, se volete, di Capodimonte, ma affronta da superficie dell’oggetto senza condizioni della forma, o, per applicare un linguaggio pittorico, libera il quadro dai vincoli della cornice. La ceramica, etimologicamente “argilla per stoviglie”, “terra da vasaio” (dal greco keramos) assume una funzione insolita, meglio, contemporanea: diventa la “terra da gioco” dell’azione artistica.

L’oggetto creativo del XX e XXI secolo non consiste nella perfezione esecutiva dell’artifex, bensì nella capacità comunicativa, spesso provocatoria, che emette.  La storia d’arte insegna la nuova poetica di un oggetto trovato, riciclato, decontestualizzato e recentemente ritrovato sottoposto a nuova figurazione, espressa dalla pennellata veloce e precisa come un colpo golfista di Antonella Falcioni.

L’artista trova la sua ispirazione, la sua visione del paesaggio, nei vasti campi da golf, suo sport prediletto, e ottiene, tramite l’arte, un connubio tra l’esercizio pittorico e quello del gioco. La passione per entrambi incita la creatività che produce una visione piena della sublimazione romantica e, contemporaneamente, dell’utopia bucolica. Il paesaggio che ci offre l’artista è, sì, quello che vedono i suoi occhi, semplice e reale, ma anche quello che sente il suo cuore, genuino e naturale. Una vena malinconica per un passato incontaminato attraversa le cromie decise e luminose di vedute ampie che corrono sulla superficie di un vaso, di un piatto, di un oggetto del quale “divorano” ogni parte, trasformandolo senza il bisogno di privarlo dal suo abituale contesto e dalla sua funzione prima. Sono decenni che si cerca di individuare il sottile limite tra arte e il design, la linea che divide l’arte utile da quella utilitaristica, mentre interventi come quello di Falcioni dimostrano quanto questa ricerca sia inutile e quanto l’arte è davvero “an open source”.

Con questo intento nasce la serie di opere per circuito di gara di golf dove tramite il paesaggio l’artista trasmette la passione per il golf e la dedizione all’arte, il linguaggio espressivo che da voce a questa passione. A realtà è non solo accettata (contro la lunga egemonia dell’Informale), ma ammirata per la propria verità, senza forzature stilistiche artificiali. L’artista stessa sostiene:

“ Mi piace sempre dipingere il reale. La mia non è una mancanza di sforzo di fantasia ma riproduzione di quello che tutti vedono in questi campi meravigliosi che non posso modificare. Quando gioco nel campo, mi sento in paradiso. ”

L’esperienza tra creare e giocare è unica. L’azione dell’artista nega la gestualità spontanea di Rosenberg, e lega la fisicità nella pittura a quella dell’esplorazione del paesaggio tramite il gioco. Questa, a nostro avviso, è una valida dimostrazione come la prospettiva estetica è destinata a spostare la propria attenzione dall’azzeramento del prodotto artistico a una nuova formalità progressivamente direzionata alla riscoperta e l’accettazione della realtà.

 

                                                                                                             Denitza Nedkova

 

 

 

 

 

 
 
 
 

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